Ricordi di un prigioniero di Guerra  
di Salvatore Salemi   

 

(tratto dal volume “Augusta, uomini e cose” a cura di Giorgio Càsole) Ed. Mendola Augusta 1974

 Il 5 maggio 1943 fui catturato dagli americani prigioniero di guerra insieme a tutti i componenti della batteria navale V i di stanza nel forte Remel presso Biserta, in Tunisia. A noi furono aggregati i membri della batteria contraerea della Milmart (poco distante dalla nostra) cui ap­parteneva anche il concittadino Fortunato De Leo.

Fummo subito portati in un campo recintato in una grande pianura poco distante da Biserta. Da lì poi pellegrinammo da un campo all’altro sia sotto gli americani sia sotto i francesi.

Durante questi lunghi spostamenti soffrimmo moltissimo: mangiavamo poche gallette e qualche scatoletta di carne, bevevamo l’acqua che avevamo in dotazione nelle nostre borracce, e dormivamo sulla terra pietrosa.

Una notte, finalmente, mentre facevamo tappa in un campo io riu­scii a dormire in una tenda grazie all’ospitalità del concittadino Domenico Ballotta, che era in quel campo già da qualche tempo e che ebbi la fortuna di incontrare non appena arrivato.

Purtroppo, prima di giungere a Bona, in Algeria, persi di vista il De Leo che seppi in seguito fu indotto ad arruolarsi nella legione straniera. Finché vivrà, non potrò dimenticare che, durante l’attraver­samento a piedi delle vie di Bona, i civili francesi inveivano contro di noi con parolacce, lanciandoci sputi, sassi, frutta marcia e acqua sporca, mentre i soldati francesi di scorta assistevano soddisfatti.

Quando giungemmo al campo di concentramento di Bona si pre­sentò ai nostri occhi una scena allucinante: i prigionieri italiani, dispe­ratamente aggrappati al filo spinato, chiedevano acqua a gran voce ai soldati inglesi addetti alla sorveglianza. Questi, con la loro flemma irritante, si lavavano tranquillamente sotto i rubinetti da cui l’acqua sgorgava abbondante, incuranti delle grida dei nostri connazionali. Poiché qualche giorno prima, alcuni aerei italiani avevano bombardato Bona, gli inglesi avevano deciso di vendicarsi sui prigionieri italiani privandoli dell’acqua per tre giorni. Il giorno del nostro arrivo era il terzo giorno.

Da Bona ci imbarcammo in una carboniera alla volta di Grano. Assieme a gruppi di prigionieri tedeschi fummo stipati nella stiva let­teralmente come sardine. Il viaggio durò cinque giorni e cinque notti. L’equipaggio era francese. Durante il tragitto non ci furono dati né vitto né acqua. Soltanto per i nostri bisogni corporali ci furono calati bidoni di benzina vuoti. Sopravvivemmo grazie alle solite gallette, alle solite scatolette di carne, ai biscotti e alle caramelle che ciascuno di noi aveva racimolato e che depositammo in una specie di cambusa di cui fu affi­data la cura agli ufficiali tedeschi e italiani. Naturalmente, a ciascuno di noi toccavano piccolissime razioni. Il caldo era insopportabile soprattutto perché la stiva era sovrastata da un enorme e spesso telone. Durante il viaggio le labbra di tutti si screpolarono, molti divennero febbricitanti per la sete e il caldo, e qualcuno addirittura impazzì. La nostra situazione era resa ancora più disagevole per il cattivo odore che emanavamo soprattutto dopo che un bidone pieno di piscio, mentre stava per essere issato in coperta, si capovolse e, di conseguenza, una doccia nauseante investì tutti quelli che eravamo ammassati ai centro della stiva.

Giunti finalmente ad Grano fummo presi in consegna dagli ameri­cani che, con nostra grande soddisfazione, rimproverarono i francesi per il trattamento inumano usato nei nostri riguardi. L’essere passati sotto gli americani rappresentò la fine delle nostre sofferenze. Ci furono immediatamente prestate le prime cure e ci fu dato cibo in abbondanza. Successivamente, salpati da Grano alla volta di New York su una liberty­ship, fummo trattati come gli stessi militari americani.  

Arrivati a New York i nostri vestiti furono disinfettati, noi fummo completamente spidocchiati e sottoposti ad una completa visita medica. Mentre attraversammo a piedi una via della grande metropoli, fummo piacevolmente sorpresi nel constatare l’affetto di molti italo-americani che, per confortarci, ci gridavano frasi dici tipo: « Coraggio, paesani, qui starete bene! », « Ormai la vostra guerra è finita ». Fummo portati alla stazione. La nostra destinazione era un campo di prigionia poco distante dalla città di Como, nello stato dei Missisippi. 11 viaggio in treno fu mera­viglioso. Dormimmo in vagoni-letto e fummo trattati più come ospiti che come prigionieri di guerra. 

Giunti a destinazione, infatti, iniziò quella che si potrebbe definire la dolce prigionia. Il campo recintato da altissimo filo spinato, era costituito da un gran numero di baracche prefabbricate sorvegliate a vista da soldati, muniti di mitra, appostati in alte torrette, ma tutto era stato predisposto perché non ci mancasse nulla e perché non ci annoiassimo. C’erano accoglienti camerate, un’ospedaletto funzionale, attrezzate cuci­ne, ampie sale convegno con tavoli da ping-pong, un campo sportivo, un campo da tennis, un cinema e persino dei fornitissimi spacci dove po­tevamo acquistare ciò che volevamo (esclusi gli alcolici) grazie alla paga di ventiquattro dollari che il governo americano ci passava ogni mese. Il vitto era ottimo e a sufficienza; Ci destò molta meraviglia la presenza di ufficiali americani alla mensa di noi soldati. Nella marina italiana infatti eravamo stati abituati alla netta discriminazione tra mensa ufficiali, mensa sottufficiali e mensa marinai; Nel campo, i nostri ufficiali non stavano con noi. Il filo spinato separava il nostro settore dal loro dote, per tredici mesi, grazie all’in­teressamento del mio comandante, tenente Beritelli, svolsi la mansione di capo barbiere.

Qualche tempo dopo il nostro arrivo il comandante degli ufficiali chiese al comando americano che ogni ufficiale avesse il proprio atten­dente, ma il comando americano lo concesse soltanto agli ufficiali in precarie condizioni di salute.

Alcuni mesi dopo il nostro insediamento, un altro scaglione di pri­gionieri giunse nel campo e tutti fummo spinti dal desiderio di sapere se fra loro ci fosse qualche nostro compaesano, amico o conoscente. Grande era infatti l’attaccamento alla nostra terra e certo ci saremmo sentiti meno soli se avessimo potuto parlare, nel nostro dialetto, delle nostre cose con qualcuno dei nostri. Io fui uno dei grandi fortunati perché incontrai il mio compare Angelo Amara col quale feci lunghe passeggiate rievocando la nostra Augusta. A proposito di Augusta, mi ricordo che un giorno mi capitò tra le mani la rivista americana Time dove vidi, con molto dispiacere, pubblicata una foto che mostrava i dolorosi risultati dei bombardamenti a tappeto effettuati sulla nostra via principale. Quella foto mi suscitò immediatamente una comprensibile profonda emozione che sfociò in una crisi di pianto.

Per molti il ricordo dei luoghi cari e delle persone amate, da cui non potevano avere alcuna notizia, fu come un tarlo persistente e sottile che portò taluni sulle soglie della pazzia.

Quando nel marzo del 44 ci fu chiesto di collaborare molti aderimmo e ottenemmo il vantaggio di uscire dal campo per andare a divertirci in città, in seguito fummo trasferiti in un campo vicino alla cittadina di Alexandria nello stato della Lousiana. Fortunatamente la permanenza lì fu breve perché quando andavamo in città sentivamo l’ostilità aperta della popolazione, quasi tutta di origine francese. L’ostilità era tale che una sera in una sala da ballo si verificò un tremendo tafferuglio tra noi e gli avventori locali.

Fummo, perciò, trasferiti quasi subito in California, a San Bernardino, vicino a Los Angeles, dove la nostra prigionia si trasformò quasi in una vacanza. Ricevemmo le visite di molte famiglie italiane che, tutte le volte che venivano, ci portavano ogni ben di Dio. 

Io ebbi la graditissima sorpresa di conoscere la famiglia del com­paesano Domenico Di Mare che veniva spesso a trovarmi e che io andavo spesso a trovare, essendo sempre trattato come un figlio. La vicinanza del Di Mare fu per me di grande conforto (Angelo Amara era stato tra­sferito lontano da me), ma anche per il Di Mare significò molto la mia presenza che gli ricordata la nostra Augusta alla quale si sentiva pro­fondamente legato. Tant’è t’ero che una volta, a pranzo, mi confessò che avrebbe desiderato tanto mangiare un piatto di maruzzareddi c’à nipitedda che  come si sa era una nostra pietanza tipica.

Nel campo veniva anche il campione europeo dei pesi welter Aldo Spoldi (naturalizzato americano) per disputare con noi incontri amiche-voli di pugilato, per alienare la nostra squadra di calcio (a cui apparte­nevo) e per organizzare partite fra le squadre dei vari campi di prigionia.

Ma l’incontro più importante e prestigioso avvenne con la squadra campione della California che, con grande stupore di tutti, noi battemmo nello stadio di Los Angeles, grazie forse all’acceso tifo che i numerosissimi italoamericani facevano il tifo per noi. A fine partita la nostra squadra fu calorosamente festeggiata dai tifosi nel grande ristorante The River di proprietà di un italoamericano. Fu una serata indimenticabile; parla­vamo nella nostra lingua, cantavamo canzoni della nostra patria, scher­zavamo alla nostra maniera; insomma, si creò una tale atmosfera di casa nostra che dimenticammo per un momento di essere in terra straniera.

    A San Bernardino mettemmo sii pure un’orchestrina, di cui face vo parte in qualità di violinista, che allietava le settimanali serate danzanti. Poiché allora quasi tutta la gioventù americana era impegnata nell’invasione dell’Europa e del Giappone, venivano volentieri a trovarci molte ragazze americane che familiarizzavano molto presto con noi, tanto che quasi tutti riuscimmo ad avere la nostra girl-friend. Per molti il rapporto fu più serio che per altri. Infatti, quando rimpatriammo, molti chiamarono la fidanzata in Italia, si sposarono e ritornarono negli USA. Diverse ragazze, però, furono abbandonate in stato di gravidanza ed inutilmente denunciarono i loro uomini al comando americano che, anzi, rimproverò le donne per favoreggiamento verso prigionieri di guerra.

Il  novembre del 1945 fu il mese del grande ritorno tanto atteso e sospirato. Partimmo in treno alla volta di Norfolk, in Virginia, nostro porto d’imbarco, dove venimmo più di una volta alle mani con i soldati americani reduci dall’Italia. Questi, infatti, con l’intenzione di umiliarci, ci raccontavano le loro spacconate dimostrate con le ragazze italiane; noi facevamo loro il verso vantandoci delle nostre numerose conquiste e stragi di cuori femminili americani i pugni, perciò, volavano facilmente.

Finalmente, una settimana dopo il nostro arrivo, giunse il momento di imbarcarci nuovamente su una liberty-ship che, dopo dodici giorni di navigazione, ci sbarcò a Napoli. E qui fummo accolti da un esercito di contrabbandieri e di... pidocchi.